Appunti antropologici dal Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 di V.A.Polto

Essere invitato al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 come content creator significa entrare in uno spazio che non è soltanto fieristico, editoriale o commerciale. Significa attraversare un luogo in cui libri, corpi, voci, immagini, editori, autori e lettori devi distillarli in una grammatica accessibile e ritualizzata. La XXXVIII edizione del Salone si è svolta dal 14 al 18 maggio 2026 al Lingotto Fiere di Torino, con il tema “Il mondo salvato dai ragazzini”, esplicito richiamo all’opera di Elsa Morante.. questo è il becco di Bunsen su cui scaldare questa ‘soluzione chimica’.

Il Salone, ai miei occhi (da studioso di antropologia), appare come una grande esperienza collettiva. Chi vi entra non accede semplicemente a una sequenza di stand, ma ad un luogo di scambio in cui il libro torna a essere soprattutto strumento per attraversare nuove soglie e avvicinare delle relazioni. I corridoi del Lingotto sono veri e propri sentieri che si orientano verso nuovi mondi: ogni editore occupa una piccola regione di senso, ogni copertina agisce come una porta verso l’ignoto, ogni incontro produce un nuovo orientamento.

In questo senso, il Salone non è solo il luogo in cui si comprano libri, ma il luogo in cui la società mette in scena il proprio bisogno di narrazione. La folla, gli scaffali, le presentazioni, le conversazioni improvvisate e gli incontri con gli autori compongono una sorta di flusso di vocalizzazione del segno. Uno spazio in cui la scrittura circola, viene toccata, desiderata.. narrata.

Il tema del 2026, “Il mondo salvato dai ragazzini”, rende ancora più evidente questa dimensione generativa. Il riferimento all’infanzia e alla giovinezza non va letto solo in chiave pedagogica, ma come richiamo antropologico alla possibilità di co-abitare uno spazio ed un tempo per il cambiamento. I “ragazzini” evocati dal titolo diventano figura del rinnovamento di pensiero: non semplicemente destinatari della cultura, ma soggetti capaci di disordinare, reinventare e forse salvare il linguaggio stesso.

Il mio percorso tra i libri

Ho vissuto il Salone come uno spazio di mediazione. Raccontare un evento culturale attraverso contenuti digitali significa infatti tradurre un’esperienza fisica nei segni di una esperienza: immagini, narrazioni, impressioni, brevi e fugaci letture. Ho quindi provato a non scrivere da ‘puro’ lettore, a mediare tra presenza e rappresentazione, tra esperienza personale e restituzione collettiva. Un tentativo di liberare il pensiero. Ci sarò riuscito? Non lo so, giudicate voi.

Come ho pensato di rappresentare questo viaggio?

Quattro libri. Una costellazione, un itinerario antropologico personale attraverso quello che ho trovato in questa edizione del SalTo 2026. Una proposta di temi che sono intimamente legati al cambiamento ma non necessariamente sono la parte ‘attiva’. Descrivono un mondo che già esiste: la scrittura, il rapporto uomo-animale, il pensiero ‘demartiniano’ ed il mondo simbolico delle spezie. Ritengo sia possibile che il cambiamento nasca da questo: Tra le pieghe della storia, si nascondono le radici del cambiamento. (questo è il mio pensiero antropologico)

Buona lettura.

(Alla fine dell’articolo troverete anche un carosello di foto in cui ho fissato alcuni libri che ho ritenuto degni di nota nel mio vagare nell’oceano di copertine e stralci di lettura)


Ernesto Casciato, Alle origini della scrittura

Scripta Manent Educational

Il volume di Ernesto Casciato, Alle origini della scrittura, si colloca in un punto fondamentale della storia umana: il passaggio dal segno alla memoria organizzata. È un libro prezioso perché permette di comprendere la scrittura non solo come tecnica, ma come trasformazione del pensiero umano.

La scrittura, infatti, non nasce semplicemente per “comunicare”. Ha inizio nel Paleolitoico Superiore e si cristallizza all’circa nel 3200 a.C. su una tavoletta d’argilla, per contare e dare ordine a ciò che altrimenti si sarebbe disperso in poco tempo, nella memoria del tempo. Dal punto di vista antropologico, le origini della scrittura coincidono con una mutazione epocale, il rapporto tra uomo e tempo. Scrivere significa fissare il pensiero in una forma controllabile, condividere un patrimonio di conoscenza, affidarsi ad un segno.

Il merito del libro è quello di restituire il punto di vista di un calligrafo con una lunga esperienza, circa sessant’anni, sul tema delle origini della scrittura. In particolare emerge come il segno sia un modo per abitare il mondo e riplasmare il modo di pensarlo. La prefazione è di Silvia Ferrara, una delle maggiori esperte in storia della scrittura e civiltà egee, a livello accademico, nel panorama italiano. La post-fazione è a cura di Temo Pievani, noto filosofo della scienza e divulgatore.

Perché ho voluto questo libro? Il tema della scrittura non riguarda soltanto il segno o il simbolo in forma trasmissibile ma anche la chiave di volta nel passaggio da Natura a Cultura.


Roberto Marchesini, Che cos’è la zoo-antropologia

Carocci Editore

Un campo decisivo per ripensare il rapporto tra essere umano e Natura. La zooantropologia, nella prospettiva di Marchesini, non considera l’animale come semplice oggetto di studio, né come proiezione simbolica dell’uomo, ma come presenza relazionale capace di far emergere l’identità umana.

Il libro invita a superare una visione antropocentrica rigida, mostrando come l’umano si costituisca anche attraverso ‘i prestiti’ con le altre specie ed una induzione comportamentale trasformativa.

In una prospettiva più ampia, questo testo dialoga bene con le riflessioni contemporanee sulle ecologie della convivenza, sulle soglie tra natura e cultura e sui processi di co-evoluzione simbolica. È un libro utile non solo per chi si occupa di animali, ma per chiunque voglia comprendere quanto l’identità umana sia sempre più-che-umana.

Perché ho voluto questo libro? Abitare un luogo è cosa assai complessa in Natura. Nelle nostre città non occorre abitare, basta semplicemente ‘occupare’ uno spazio per renderlo abitazione. Quanto, tutto questo, ci influenza nella nostra storia personale? Quanto in quella collettività che oggi è diventata così marginale?


Amalia Signorelli, Ernesto de Martino. Teoria antropologica e metodologia della ricerca

L’Asino d’Oro

Il volume di Amalia Signorelli su Ernesto de Martino rappresenta forse l’acquisto più direttamente ‘sentimentale’. De Martino resta una figura centrale, a mio avviso, per comprendere il rapporto tra crisi, presenza, rito e morte. La lettura proposta da Signorelli vuole riportare De Martino in campo, dentro il lavoro concreto della ricerca, come interprete di una antropologia che non è solo classificazione e documenti ma pensiero sistematico.

“Il magismo é a pieno titolo una concezione del mondo e della vita in cui la questione dell’efficacia dei poteri magici ci obbliga ad affrontare questioni fondamentali quali il condizionamento culturale della natura, la crisi culturale e psicopatologica della presenza umana al mondo, le possibili vie d’uscita dalla crisi”

Questo libro è particolarmente utile perché mostra come la teoria antropologica non sia mai separata dal metodo. Ricercare, per De Martino, significa entrare nei mondi culturali senza ridurli a folklore, superstizione o residuo arcaico. Significa riconoscere che ogni pratica umana, anche la più apparentemente marginale, può essere una risposta storica e simbolica alla fragilità del vivere.

Perché ho voluto questo libro? Rispondo con un’altra domanda: Quando i temi e gli oggetti della ricerca sono domestici, nel senso che appartengono al medesimo ambiente culturale a cui appartiene l’antropologo, si può ancora parlare di antropologia? Forse, rispondo io, sinteticamente per introdurre il tema, perché solo in questo modo è potuto emergere in modo netto e radicale, prima fra gli altri, la ‘crisi della presenza’.


Paolo Budroni e Manfred Pittioni, La magia delle spezie

Navarra Editore

La magia delle spezie, di Paolo Budroni e Manfred Pittioni, introduce invece un registro sensoriale molto preciso. Le spezie non sono soltanto ingredienti: sono tracce di viaggi, commerci, colonizzazioni, medicine, rituali, cucine, economie e immaginario collettivo. Attraverso le spezie, la relazioni ‘esterne’ entrano nel quotidiano.

Dal punto di vista antropologico, questo libro ha un valore particolare perché permette di tracciare uno spaccato della ‘tradizione culinaria’ come archivio di viaggio. Ogni spezia porta con sé un sistema di significati: il profumo, il colore, il sapore e l’uso terapeutico o rituale diventano forme di memoria collettiva. Cannella, pepe, curcuma, zafferano o cardamomo non sono semplici sostanze vegetali, ma nodi di una rete che collega botanica, commercio, medicina popolare e viaggi.

La storia dei nostri odori in cucina è anche la traccia di un percorso attraverso la geografia del mondo.

Il titolo parla giustamente di “magia”, ma questa magia non va intesa solo in senso fantastico. È la magia delle cose che attraversano i confini e trasformano le culture. Le spezie mostrano come un ‘pizzico’ di materia possa produrre grandi cambiamenti.

Perché ho voluto questo libro? Odori, profumi, sapori integrano come nessun altro, il nucleo ‘abitativo’ di credenze e partecipazione collettiva sul territorio. Oggi rappresentano una soglia molto labile ma in passato disegnavano letteralmente una mappa di relazioni che mutava nel tempo e nello spazio di guerre, viaggi, conquiste e scambi.


Una piccola biblioteca di ricerca ‘oltre’ la soglia

Questi quattro libri, acquistati al Salone, possono essere letti come una piccola biblioteca di soglie da attraversare per andare ‘oltre’.

La scrittura, tra voce e memoria.
La zooantropologia, tra umano e animale.
De Martino, tra presenza e morte.
Le spezie, tra viaggio e tradizione.

Insieme, mostrano come l’antropologia non sia soltanto studio dell’uomo, ma studio delle relazioni che rendono l’umano possibile. Relazioni con i segni, con gli animali, con i riti, con le piante, con gli oggetti, con i mondi culturali che continuamente ci attraversano.

Il Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, in questa prospettiva, è stato molto più di una fiera. È stato un grande organismo da cui attingere nuove possibilità. I libri continuano a essere soprattutto artefici di relazioni: non semplici contenitori, ma dispositivi capaci di trasformare e produrre pensiero.

Quattro direzioni di ricerca, un’unico intento… co-abitare con i giovani un mondo vivo.