La recente pubblicazione dedicata all’analisi sistematica dei resti neandertaliani rinvenuti nella Grotta Guattari (Monte Circeo), che integra i reperti storici recuperati tra il 1939 e il 1950 con quelli emersi dalle campagne di scavo 2019–2023, apporta un contributo scientifico di particolare rilievo alla ricostruzione delle interazioni tra popolazioni umane e ambienti naturali nel Pleistocene medio-tardo.

Link all’articolo completo: https://www.paleoanthropology.org/ojs/index.php/paleo/libraryFiles/downloadPublic/45?fbclid=IwdGRjcAPBlNZleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZAo2NjI4NTY4Mzc5AAEeH2dWIgoPbHckX8wg3phFnDgtakqFtiOvSIbgq1hs5ru3QF98t9asN3Ys2DY_aem_pIfyAA4J16wKXVuuBDUevQ

Il sito si configura come un contesto paleoantropologico di riferimento per l’interpretazione delle modalità con cui gruppi umani hanno frequentato, attraversato e co-utilizzato ambienti costieri complessi, proponendo un inquadramento coerente con una prospettiva ecologica e processuale.

Le evidenze principali indicano che:

  • i resti umani non sono riconducibili a deposizioni intenzionali o rituali
  • le tracce tafonomiche sono compatibili con trasporto e accumulo da parte di carnivori (in particolare iene), entro dinamiche naturali di uso alternato della cavità
  • la variabilità morfologica del campione riflette dinamiche evolutive non lineari, compatibili con adattamenti progressivi a contesti ambientali eterogenei e mutevoli

Il complesso di Grotta Guattari costituisce il più ampio insieme di resti neandertaliani rinvenuto in Italia in un singolo sito e sostiene, sul piano biogeografico, l’ipotesi della penisola italiana come rifugio eco-geografico nel Pleistocene medio-tardo: un territorio capace di offrire continuità ecologica, disponibilità di risorse e opportunità adattative nel tempo lungo.

In questa prospettiva, il sito può essere letto come un archivio ecologico, in cui la presenza umana non si configura come occupazione o controllo dello spazio, ma come traccia di presenze inscritte entro processi naturali complessi, regolati da soglie, ritmi e vincoli ambientali.

Alla luce di quanto determinato, il termine “abitare” assume un significato scientifico preciso.

Abitare non indica una condizione statica né la semplice presenza in un luogo, ma un processo ecologico e adattativo attraverso cui un organismo stabilisce e mantiene nel tempo una relazione funzionale con un insieme specifico di condizioni ambientali, operando entro soglie di tolleranza biologica e comportamentale.

Tale relazione implica l’integrazione dinamica di diversi fattori, tra cui:

  • la disponibilità e variabilità delle risorse
  • i vincoli fisici e climatici del contesto
  • la presenza e l’interazione con altre specie
  • i cicli stagionali, le fluttuazioni e i disturbi ambientali

In questa prospettiva, l’abitare si configura come un processo ecologico situato, dinamico e rinegoziabile, dipendente dall’interazione tra condizioni ambientali e capacità adattative degli organismi. Esprime una relazione operativa e storicamente stratificata tra sistemi viventi e contesto, dalla quale derivano possibilità, limiti e continuità, determinati principalmente da forme di cooperazione ecologica e co-determinazione funzionale, piuttosto che da attributi specifici di specie.

Abitare comporta l’attivazione di un movimento entro un sistema complesso e la partecipazione a processi di acquisizione, trasformazione e rilascio di risorse (materia, energia, informazioni), che nel tempo sostengono traiettorie di sopravvivenza e forme di cooperazione ecologica tra specie diverse. In molti contesti urbani contemporanei, tuttavia, tali dinamiche risultano fortemente depotenziate: la città tende a operare come sistema prevalentemente lineare, ad alta intensità di input e con output soprattutto sotto forma di scarti, riducendo la capacità di chiudere cicli ecologici e di generare interazioni biotiche funzionali.

Dal punto di vista antropologico, nessun cambiamento è possibile senza apprendimento situato.

La soluzione culturale passa quindi da:

  • pratiche di esposizione graduale a contesti ecologici urbani (orti, corridoi verdi, zone umide, suoli vivi)
  • esperienze guidate che insegnino a leggere soglie, limiti e feedback ambientali
  • costruzione di una memoria ecologica condivisa del territorio urbano

la città moderna è costruita sul paradigma del controllo.
Riattivare l’abitare significa spostare il paradigma verso la cooperazione ecologica.

Questo comporta:

  • accettare una quota di imprevedibilità ambientale
  • progettare spazi che favoriscano co-presenza tra specie
  • riconoscere che la resilienza urbana emerge da reti di relazioni, non da efficienza isolata

Riattivare l’abitare come relazione ecologica significa dunque ricostruire un ordine simbolico dell’interdipendenza, in cui l’essere umano riconosce se stesso non come centro del sistema, ma come parte di una trama di relazioni che rende possibile la sopravvivenza, la salute e la continuità nel tempo. In questo senso, l’abitare non è un fatto di possesso, ma un atto di responsabilità simbolica: il modo in cui una società sceglie di restare nel mondo senza consumarlo.

Tutti i Diritti Riservati.